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Come conservare la carta perché non si rovini

La carta è considerata un materiale organico perché origina perlopiù da organismi viventi. È particolarmente sensibile e vulnerabile a causa delle condizioni e delle modifiche del contesto in cui si trova e, in particolare, dell’umidità, della luce e della temperatura.

L’ideale, dunque, è conservare le  risme nello stesso luogo dove si stampa e si lavora, non sul pavimento e neanche appoggiate alle pareti.

Acqua e umidità

Non è facile stabilire se il peggiore tra gli agenti deterioranti sia l’acqua o la luce: non c’è dubbio, infatti, che anche i danni causati dalle fonti luminose siano inevitabili e irreversibili.

Tuttavia, l’acqua– sia nella fase liquida (inondazioni e allagamenti), sia in quella gassosa (umidità)- in breve tempo può determinare un livello di degradazione tale da essere equiparato dalla luce solo nel lungo periodo.

Pertanto, la presenza incontrollata di acqua e umidità negli ambienti di conservazione determina notevoli rischi biologici e chimici, sia per i libri che per i documenti.

Il rischio chimico

La carta è formata essenzialmente di cellulosa, ma anche da altre componenti (come, ad esempio, le sostanze usate per la collatura).

Entrando nel dettaglio, la cellulosa è un polimero (ovvero una macromolecola) naturale sintetizzato dagli organismi vegetali. Mettendo insieme l’anidride carbonica dell’aria e l’acqua che assorbono dal suolo, dunque, essi formano uno zucchero (il glucosio), che è la componente primaria del polimero stesso.

Due molecole di glucosio generano il cellobiosio, che è il “mattone” da cui dipendono le proprietà fondamentali di tale polisaccaride. La migliore cellulosa (ricavata dal lino o dal cotone), infatti, è composta da qualche migliaio di anellini di cellobiosio, mentre quella della carta da giornale è formata da poche centinaia.

Acqua e cellulosa

Veniamo ora ai rapporti che legano acqua e cellulosa. La molecola dell’acqua si comporta come una sorta di “nano-calamita”, di cui l’ossigeno costituisce il polo negativo e l’idrogeno quello positivo.

Anche nella molecola del cellobiosio ci sono zone ricche di “nano-calamite” che attraggono quelle formate dalle molecole d’acqua. In altri termini, dunque, tra acqua e cellulosa vige una sorta di simbiosi, poiché la prima funge da “cemento plastico” per le catene polimeriche della seconda.

La cosa si può verificare, ad esempio, prendendo in mano un foglio umido e uno secco: il primo, infatti, risulterà floscio perché abbondantemente “lubrificato”, mentre il secondo apparirà rigido per la carenza di acqua tra le catene cellulosiche.

Un minimo di acqua tra le catene di cellulosa, infatti, è indispensabile per favorire la loro coesione e dare elasticità alla carta. Tuttavia, quando essa è in eccesso, aumenta la proliferazione dei microrganismi e si incrementano i processi di degradazione chimica, primo tra tutti l’idrolisi.

Luce

Il discorso cambia per la luce: essa, infatti, contiene una serie di radiazioni ricche di energia che, a contatto con la carta, determinano delle reazioni fotochimiche che si traducono in degradazione. Alla quale si deve aggiungere anche un pericoloso effetto di accumulo, al quale non è possibile porre rimedio.

Per questo, è bene evitare di esporre eccessivamente libri e documenti alla luce solare (nella quale si trova una forte componente di radiazioni ultraviolette, le più dannose), ma anche a quella artificiale.

Inoltre, è opportuno limitare l’influenza della luce nei locali in cui si trovano prodotti cartacei, schermando le finestre con tende o pellicole capaci di bloccare le radiazioni più pericolose.

Temperatura

Se è vero che forti sbalzi di temperatura sono nocivi per la conservazione di documenti e libri, tuttavia i valori delle temperatura stessa all’interno di case, archivi o uffici difficilmente sono realmente preoccupanti.

L’ideale, dunque, è avere una temperatura costante intorno ai 20-22°C, anche se in molti casi può essere sufficiente sfruttare l’inerzia termica delle strutture murarie, curando in particolare la tenuta di porte e finestre. In questo modo, infatti, con un minimo dispendio energetico si possono ottenere variazioni poco rilevanti.

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